Sapere quanti minuti restano non significa sentirli

Un conto alla rovescia tradizionale è preciso: mostra un numero e lo riduce, secondo dopo secondo. Per me, però, quella precisione non coincide sempre con la percezione. Posso sapere che mancano venti minuti senza riuscire a dare a quei venti minuti una forma concreta.

Il mio rapporto con il tempo è una delle parti più evidenti della mia esperienza neurodivergente. Una scadenza lontana può sembrarmi quasi inesistente; pochi minuti possono invece dilatarsi oppure sparire mentre sono concentrato su altro.

Aestu è nato da qui. Non dalla volontà di correggere questa esperienza, ma dal bisogno di costruire uno strumento che parlasse una lingua per me più leggibile.

Da un numero a una forma

In Aestu il tempo si riempie e si svuota visivamente. L’obiettivo è permettere di capire con un’occhiata dove si trova la sessione, senza dover trasformare mentalmente un numero in una proporzione.

Questa scelta sembra semplice, ma cambia la domanda. Non più soltanto “quanti minuti mancano?”, bensì “quanto spazio occupa ancora questa attività?”.

Ho cercato di mantenere l’interfaccia calma: pochi elementi, colori con una funzione chiara, movimenti fluidi e feedback aptico leggero. Un timer dovrebbe rendere percepibile il tempo, non diventare un’altra presenza che chiede attenzione.

La fine di una sessione non è un fallimento

Una delle funzioni a cui tengo di più è Overtime. Quando il tempo stabilito termina, il conteggio può continuare invece di trasformare quel momento in un’interruzione netta.

Mi serviva perché non tutte le attività finiscono nel momento esatto previsto. A volte sto ancora completando un passaggio; altre volte sono finalmente entrato nella concentrazione. Vedere il tempo aggiuntivo mi permette di osservare cosa è successo senza leggere automaticamente lo scostamento come un errore.

Lo stesso principio guida preset, sessioni personalizzate ed energy check-in: offrire riferimenti, lasciando però spazio a giornate e livelli di energia diversi.

Progettare partendo dal proprio funzionamento

Molte delle mie app cominciano con una domanda personale. Aestu riguarda la percezione del tempo; Ivy6 la difficoltà di scegliere quando tutto sembra urgente; Turnista il ritmo irregolare dei turni.

Partire da me non significa presumere che tutte le persone abbiano la stessa esperienza. Significa osservare un problema con precisione, costruire una prima risposta e renderla abbastanza flessibile da poter essere utile anche ad altri.

Per questo evito di presentare Aestu come una cura o come uno strumento diagnostico. È un timer visivo, non un dispositivo medico. Può essere usato da chi vive cecità temporale, da chi cerca un supporto per il lavoro profondo o semplicemente da chi preferisce una rappresentazione visiva.

Uno strumento deve potersi adattare

Nel mio lavoro di OSS e Coordinatore Socio Assistenziale incontro continuamente persone, capacità e bisogni diversi. Questa esperienza ha rafforzato una convinzione che porto anche nel software: quando è possibile, non dovremmo chiedere sempre alla persona di adattarsi allo strumento.

Aestu è il risultato di questo principio applicato al tempo. Non elimina la fatica e non promette una produttività perfetta. Prova a rendere visibile qualcosa che, per me, un semplice numero lasciava troppo astratto.