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Tutti quanti abbiamo qualcosa da nascondere

Nascondere qualcosa

La privacy è un diritto fondamentale

“Se non hai niente da nascondere, non hai niente da temere.”

È una frase che molti di noi hanno sentito almeno una volta nella vita.

Sembra logica, sembra lineare, sembra perfino “innocente”.

Ma è profondamente sbagliata.

Questa affermazione dà per scontato che desiderare privacy equivalga a nascondere qualcosa di illecito.

È un presupposto tossico, perché trasforma un bisogno umano naturale in un sospetto.

In realtà la privacy non è un comportamento da criminali, ma un comportamento da persone sane.

Non dare il telefono sbloccato a uno sconosciuto non ci rende colpevoli;

non voler far leggere le nostre email o i nostri messaggi non ci rende sospetti;

non voler essere osservati non ci trasforma in persone “da controllare”.

Se vogliamo un esempio semplice: perché mettiamo le tende alle finestre?

Non perché nascondiamo attività illegali, ma perché vogliamo vivere senza essere osservati.

La privacy esiste per proteggerci da:

È lo stesso principio alla base del:

Tutti elementi essenziali di una società civile.

La privacy è riconosciuta come diritto umano fondamentale dal Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite e dal Patto internazionale sui diritti civili e politici, oltre che da numerosi trattati internazionali.

Eppure, nonostante tutto questo, ogni giorno — spesso senza accorgercene — concediamo ad aziende e governi accesso a:

E così facendo consegniamo pezzi interi della nostra vita privata a sistemi che non abbiamo scelto e che non possiamo controllare.

Come le Big Tech sono diventate delle forze economiche mondiali

Le big tech sono diventate colossi globali grazie a un modello di business semplice: trasformare gli utenti in prodotti.

Ogni dato raccolto — clic, preferenze, abitudini, acquisti, ricerche, geolocalizzazioni — è una risorsa economica.

Per molte piattaforme i servizi “gratuiti” non esistono: paghi con i tuoi dati.

Google e Facebook (Meta) sono i maestri assoluti di questo meccanismo.

Ma anche Apple, Microsoft e Amazon, pur avendo modelli leggermente diversi, traggono enormi profitti dalla raccolta, elaborazione e monetizzazione dei dati.

Tutte queste aziende collaborano con broker di dati, alimentano ecosistemi pubblicitari, sfruttano dati comportamentali e talvolta aggirano leggi o limiti etici pur di ampliare il proprio potere.

Le “Big Five” affrontano continuamente accuse riguardo a:

Eppure continuano ad espandersi senza sosta.

Nel 2020, il valore congiunto di queste cinque aziende ha superato i 5 trilioni di dollari.

Per dare un ordine di grandezza: se fossero una nazione, sarebbero la terza economia più grande del pianeta, dietro solo a USA e Cina.

L’attivista Aaron Swartz, già nel 2008, nel suo celebre manifesto Guerrilla Open Access denunciava la concentrazione del potere informativo nelle mani di poche società private.

Da allora il mondo digitale non è migliorato: è diventato molto più centralizzato, più opaco e più dipendente dai dati personali.

Diciamo no alla sorveglianza di massa

Molti governi, negli ultimi decenni, hanno ridotto progressivamente le libertà civili.

Spesso lo fanno con giustificazioni rassicuranti:

Vengono introdotte leggi di emergenza pensate per durare poco, ma che finiscono sistematicamente per diventare permanenti.

Parallelamente, sempre più forme di sorveglianza vengono aggiunte alle infrastrutture pubbliche e private:

E invece di proteggere i cittadini, questi sistemi diventano strumenti per:

Il risultato non è più sicurezza.

È meno democrazia.

La storia è piena di esempi in cui la sorveglianza di massa non ha portato stabilità, ma repressione.

Dai regimi totalitari del Novecento fino alle moderne dittature digitali, la dinamica è sempre la stessa: quando la sorveglianza aumenta, la libertà diminuisce.

Benjamin Franklin lo aveva capito molto prima dell’era digitale:

“Una società disposta a rinunciare a una libertà essenziale per acquisire un po’ di sicurezza temporanea non merita né l’una né l’altra e le perderà entrambe.”

È proprio questo il rischio che stiamo correndo oggi.

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